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OLISTESI (SPONDILOLISTESI)

OLISTESI (SPONDILOLISTESI) - Dr. Vanni VERONESI

La olistesi (detta comunemente spondilolistesi) lombare è una patologia del segmento lombare della colonna vertebrale caratterizzata da uno scivolamento di una vertebra su un’altra e conseguente perdita dei normali rapporti; lo scivolamento della vertebra può avvenire in senso anteriore (anterolistesi) o posteriore (retrolistesi) rispetto alla vertebra sottostante. La maggior parte della spondilolistesi sono delle anterolistesi.

         

Le spondilolistesi vengono classificate in due gruppi.

 

Spondilolistesi dovute ad un difetto di sviluppo o ontogeniche. Tale difetto viene definito spondilolisi e consiste nell’incompleta ossificazione di una parte della vertebra chiamata istmo.  

 

Spondilolistesi acquisite. Fra queste vengono annoverate le spondilolistesi traumatiche che si manifestano secondariamente ad un trauma vertebrale; le degenerative che derivano da una perdita dei rapporti vertebrali come espressione di una grave artrosi; le post-chirurgiche che rappresentano una complicanza di uno o più interventi eseguiti sul rachide lombo-sacrale in cui sono state danneggiate le strutture atte a mantenere la stabilità vertebrale; infine le patologiche che derivano dal danno provocato sulle medesime strutture da processi patologici locali come ad esempio una neoplasia o una grave infezione.

 

Da un punto di vista pratico l’entità di uno scivolamento viene valutato in base a delle misurazioni eseguite sulle immagini radiografiche:

 

Olistesi di I grado: scivolamento di un corpo vertebrale sull’altro compresa tra 0 e 25% della   lunghezza del piatto vertebrale;

 

Olistesi di II grado: scivolamento di un corpo vertebrale compreso tra il 25% e il 50%;

 

Olistesi di III grado: scivolamento di un corpo vertebrale compreso tra il 50% e il 75%;

 

Olistesi di IV grado: scivolamento di un corpo vertebrale sull’altro >75%.

 

QUALE E' LA SINTOMATOLOGIA ?
I sintomi clinici di una spondilolistesi iniziano, nella maggior parte dei casi, dopo i 25–35 anni, e sono caratterizzati da episodi di lombalgia. Con il passare del tempo, tali episodi (anche senza causa apparente) si intensificano per frequenza ed intensità, mentre nei periodi intercorrenti, che prima erano caratterizzati dal completo benessere, si manifesta una sintomatologia sempre presente, seppur poco importante.

 

Successivamente si possono associare sintomi di tipo radicolare, connessi al coinvolgimento delle radici nervose. Tali disturbi si evidenziano con l’irradiazione lungo uno o entrambi gli arti inferiori delle algie che prima erano presenti esclusivamente lungo la cintura lombare.

 

Possono inoltre associarsi disturbi di sensibilità e varie forme di parestesie (formicolio, bruciore, intorpidimento) fino ai casi più gravi in cui si arriva ad un deficit motorio degli arti inferiori.

 

Tale corteo sintomatologico si palesa allorquando lo scivolamento di una vertebra sull’altra è progredito a tal punto da restringere i forami da cui fuoriescono le radici nervose che, dunque, rimangono “intrappolate”.

 

QUALI SONO GLI ESAMI STRUMENTALI PER LA DIAGNOSI ?

 

La diagnostica si avvale di 3 tipologie di esame:

 

RX del rachide lombo-sacrale  in ortostatismo (cioè in piedi) con prove dinamiche in flesso-estensione: consente di porre diagnosi di spondilolistesi e di misurarne l’entità. Consente inoltre di evidenziare la mobilità dei segmenti vertebrali nei movimenti di flessione ed estensione del tronco;

 

RMN lombo-sacrale al fine di evidenziare le condizioni delle strutture nervose all’interno del canale vertebrale consentendo di identificare eventuali compressioni sul sacco durale o sulle radici nervose;

 

TC lombo-sacrale documenta in modo inequivocabile le alterazioni ossee alla base della listesi.

 

QUALE TIPO DI TRATTAMENTO ?

La terapia conservativa è solitamente la prima nei casi in cui la visita medica ha escluso la presenza di deficit neurologici. Possono essere utili percorsi di fisiokinesiterapia, l’utilizzo di un busto lombo-sacrale con funzioni contenitive e sull’uso di farmaci contro il dolore.

 

Nei casi in cui la terapia conservativa non basti allora vi sono soluzioni chirurgiche che hanno l'obiettivo di “stabilizzare” una condizione vertebrale instabile.

 

L’intervento, eseguito in anestesia generale, prevede l’utilizzo di “mezzi di sintesi”: uncini, cage e viti inserite nei peduncoli delle vertebre e collegate fra di loro da barre, al fine di eliminare o ridurre il movimento, e quindi prevenire l’ulteriore scivolamento dei corpi vertebrali.

 

Gli interventi di stabilizzazione vertebrali lombari sono eseguiti nella maggioranza dei casi con approccio posteriore alla colonna vertebrale ed utilizzano una strumentazione rigida, dinamica o mista. La differenza dipende dal tipo di materiale usato per collegare le viti peduncolari inserite nel corpo vertebrale e l'eventuale uso di dispositivi di sostegno (cage) da inserire nello spazio tra le due vertebre.

 

La tecnica chirurgica tradizionale prevede un'incisione chirurgica mediana che supera le dimensioni delle vertebre da trattare permettendo una visione diretta della colonna vertebrale dopo averla isolata dalla componenete muscolare. Il posizionamento delle viti viene fatto sotto controllo radiologico, per le eventuali decompressioni delle strutture nervose è utilizzata la tecnica microchirurgica che prevede l'uso del microscopio operatorio rendendo il gesto chrirugico più delicato e preciso.

 

Questi tipi di intervento di stabilizzazione vertebrale possono e vengono sempre più spesso sostituiti da interventi mini-invasivi che pur prevedendo lo stesso uso di viti, barre e cage, necessitano di piccole incisioni cutanee e minime o nelle dissezioni muscolari (vedi pagina CHIRURGIA MINI-INVASIVA).

 

18/03/2015 07:27 pm

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